LICEO
CLASSICO LINGUISTICO
SCIPIONE MAFFEI
Verona
Medaglia d'oro ai Benemeriti
della Scuola, della Cultura, dell'Arte

Il linguaggio aridamente burocratico del Registro di Protocollo del Liceo viene momentaneamente interrotto, nell'ottobre del 1866, da una annotazione ("Laus deo, viva l'Italia!") che ben esprime lo stato d'animo di quei giorni. Con l'entrata a Verona delle truppe Italiane, si avvia l'inevitabile epurazione, che, anche questa volta, investe più la forma che la sostanza.

Sparisce il busto di Francesco I ed i ritratti degli imperatori vengono rimpiazzati da quelli di Vittorio Emanuele. Restano al loro posto i docenti, compreso il direttore, Giusto Grion, a cui però non vengono risparmiati gli attacchi: parte della stampa cittadina lo considera un voltagabbana, visto che da fedele esecutore degli ordini di Vienna, si è trasformato, al momento giusto, in uno zelante patriota.

Un mutamento non solo formale riguarda l'insegnamento religioso che viene radicalmente ridotto fino a sparire del tutto, così come le "pratiche di pietà" tanto curate in precedenza. Si laicizza anche il corpo docente: nel primo anno scolastico "italiano", su tredici professori, otto sono ecclesiastici. In meno di vent'anni diventano un'esigua minoranza e già nel 1883 sono due su sedici. Ritorneranno invece in auge, come nel periodo napoleonico, gli esercizi ginnico-militari. Nel giugno 1867, la cosiddetta "Legione Accademica", il piccolo reparto armato del Liceo, fa il suo esordio in pubblico sfilando con la Guardia Nazionale. "Facce imberbi eppure risolute", scrive degli studenti un entusiasta cronista, che racconta di manovre eseguite con tale precisione "da farne meraviglia". Non a caso, già dal gennaio di quell'anno, il Liceo, ora non più "Imperial regio ginnasio liceale" ma "Regio Liceo Scipione Maffei", aveva richiesto ed ottenuto un congruo numero di fucili.

Lo sforzo delle autorità scolastiche, desiderose di dare all'istituto una forte impronta laica e patriottica, appare coronato da successo. Nei primi anni italiani, il "Maffei" è spesso al centro dell'attenzione cittadina per motivi di questo genere. Come nel 1869, quando il prof. Achille Andreasi, che al Liceo insegna filosofia, rievoca con "appassionato vigore" in una pubblica conferenza un pensatore dell'800, Pietro Pomponazzi, offrendo alla stampa ed agli ambienti clericali lo spunto per denunciare lo spirito laico e anti-clericale, che, a loro avviso, caratterizza il Liceo e che trova conferma nelle manifestazioni di solidarietà con il loro docente inscenate dagli studenti.

Non meraviglia perciò che nel 1882, in occasione della morte di Garibaldi, gli allievi del "Maffei", fra cui si distingue il giovane Mario Todeschini, futuro esponente del socialismo veronese, si facciano notare per l'acceso patriottismo con cui lo commemorano. Nelle pagine di un "numero unico" da loro pubblicato, essi non esitano a paragonare l'eroe a Gesù: "uomo veramente divino, come l'Umile di Nazareth, Garibaldi volle essere detto Pastore". E che questi entusiasmi laico-patriottici potessero talora passare il segno, lo testimoniano gli attacchi ad un altro illustre professore, Francesco Angeleri, che nel periodo austriaco era stato oggetto di critiche di segno opposto, perché considerato un cattolico-liberale.

Al di là delle polemiche, la vita del Liceo continua a svilupparsi sul piano culturale con caratteri non dissimili da quelli del periodo austriaco. Scuola severa e selettiva, gode ancora di un notevole prestigio che contrasta singolarmente con le difficoltà materiali dovute alla povertà di mezzi. Difficoltà che possono essere constatate "de visu", osservando il "deplorevole stato dei locali e dei mobili" di cui si lamenta il preside nel 1877. Ancora ai primi del '900, come ha scritto Giuseppe Pollorini, le aule della scuola appaiono "tristi, quasi tetre, insufficienti, fredde, oscure, quasi carcerarie". E nel 1918, dopo un'inchiesta ministeriale, si arriva alla dichiarazione ufficiale, per altro scontata, della necessità di un nuovo edificio.

Il problema, come è noto, sarà risolto solo negli anni sessanta e non senza polemiche. La sistemazione della nuova sede sarà considerata infatti da molti non solo una semplice ristrutturazione, ma, sono parole dell'architetto Arrigo Rudi, una vera e propria "demolizione". Anche se poi, quando è il momento di inaugurarla (1963), il Ministro della Pubblica Istruzione, Luigi Gui, esprimerà il suo compiacimento per "l'armonia e la modernità della sede", del tutto degna "della splendida tradizione" del Liceo veronese.

Ma alla fine del secolo, come si è detto, la "armonia e modernità" della sede è di là da venire. Una novità di rilievo è invece offerta dalla presenza delle studentesse. Già nel 1883 conclude gli studi liceali al "Maffei" la "giovinetta" Fiorina Salvoni. è la prima di una lunga serie, e di lei si occupano le cronache del tempo, sottolineandone, oltre ai meriti scolastici, testimoniati da brillanti votazioni, anche le doti patriottico-sportive. La "giovinetta" infatti vince una medaglia in una gara di tiro a segno ed un cronista commenta: "Brava voi, Fiorina Salvoni, che anche nel forte esercizio delle armi sapete essere fra gli eletti". Anche se non sono tutte così dotate, le ragazze del "Maffei" crescono, sia pure lentamente, di numero. Nel 1896, su di una popolazione scolastica di 384 studenti, sono solo 13, un'esigua minoranza che nel nuovo secolo non sarà più tale.

E con l'inizio del novecento, arrivano altre novità, sopra tutto nel comportamento degli studenti: il primo "sciopero", nel 1903, un giornale (Satanasso) pubblicato tre anni dopo, una spiccata propensione per passatempi ed iniziative di tipo goliardico. Senza che ciò comporti, tuttavia, un'attenuazione della loro presenza a manifestazioni più serie, come quella di natura patriottica in cui continuano a distinguersi.

Nel 1909, sia pure in ritardo, il Liceo celebra il centenario. La cerimonia ha una sua solennità e culmina nell'inaugurazione del busto di Scipione Maffei collocato nel chiostro. Nella circostanza, il preside Tullio Ronconi cura la pubblicazione di un volume ( Studi Maffeiani ), che, come si è accennato in precedenza, contiene, oltre alle altre cose, un lavoro dello stesso Ronconi sulle origini del Liceo.

In quell'occasione, la città e la sua classe dirigente, che in gran parte si è formata proprio in quelle aule, appare sinceramente vicina, al di là dell'enfasi celebrativa dei discorsi ufficiali, ad una scuola che gode di largo prestigio anche in ambito nazionale.

 

 

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